mercoledì 7 marzo 2018

Un conclave a Sinistra


Immagine di repertorio
Se durante la campagna elettorale non ci siamo divertiti, nel dopo elezioni avremo un po’ di aspetti interessanti da analizzare. 
Senza essere precipitoso la prima constatazione da fare riguarda la morte e l’autosepoltura della Sinistra. Ci potrei girare intorno due paragrafi ma la sostanza rimane che questo Paese non ha più una Sinistra ideologicamente tale in Parlamento e tantomeno nel tessuto sociale. Anticipando la conclusione di questo articolo, l’unica soluzione che vedo per la Sinistra Italiana è quella di un conclave nel quale discutere, “ammazzarsi”, “menarsi” per poi uscire con una sintesi praticabile e presentabile nel quotidiano della società.

Nonostante si sia preso insulti da più parti, il compagno Ivano Marescotti ha fatto un’analisi prima del voto quasi veggente. Il fatto che il Movimento Cinque Stelle abbia intercettato la vocazione rivoluzionaria del popolo di Sinistra è elemento da tenere in considerazione. Proprio il ragionamento di Ivano, il tentativo cioè di rovesciamento del tavolo, è stato messo in mano ai Cinque Stelle. Neanche Liberi e Uguali ha saputo interpretare quello che stava accadendo nella società. Per utilizzare una metafora di Bersani: nel bosco, a riprendere i dispersi, c’è arrivato prima Di Maio e il partito pigliatutto. A fare incetta dei voti degli ex PD c’ha pensato il Movimento Cinque Stelle con un programma, se volete sconclusionato, ma che aveva punti che hanno innescato l’acquolina della rivoluzione anti establishment. 

Se osserviamo i risultati elettorali confrontandoli con quelli del 2013, quando il PD era a guida Bersani, vediamo come quei sei punti persi dal PD di Renzi siano stati incassati in buona parte dal Movimento Cinque Stelle. LeU, che desiderava interpretare l’area di Centrosinistra abbandonata dal Partito Democratico, in realtà ne conquista una piccolissima porzione con la quale riesce ad entrare appena in Parlamento. La riconquista degli ex elettori PD, legati al percorso bersaniano, non è riuscita. Quell’elettorato ha scelto altro.

Il risultato del Partito Democratico è qualcosa da analizzare per i prossimi cinque anni. Dal 2014 lo staff renziano si è legato al numero quaranta, equivalente al risultato del PD alle ultime europee. Il 40 è stato infilato in ogni dove, anche in una legge elettorale poi dichiarata incostituzionale. Lo staff di Renzi non ha fatto i conti con gli ambienti in cui il Partito Democratico è arrivato a quella soglia. Il primo, le elezioni del Parlamento europeo: assetto percepito dall’elettorato italiano in modo totalmente diverso rispetto a come sono percepite le elezioni politiche; il secondo, il risultato del Sì a referendum costituzionale del 2016. Fatalmente il Sì prese il 40% dei consensi e Renzi pensò immediatamente al Partito della Nazione non considerando come, quel consenso in realtà, provenisse da aree politiche eterogenee, non era tutta farina del PD. Dato per assunto questo, l’analisi renziana è priva di presupposti. Renzi ha perso sei punti percentuali dal risultato del 2013 distribuendoli, un po’ ai padri delle sue politiche, e in maggior parte al Movimento Cinque Stelle al quale il PD ha fatto una bellissima campagna a favore. 
Le poche volte che il Partito Democratico non ha criticato il Movimento Cinque Stelle avvantaggiandolo, ha sbandierato il fallimento del Jobs Act come fosse stata la salvezza del Paese, ha raccontato il sogno dell’Italia californiana senza accorgersi del conflitto fra macchine e lavoratori nelle fabbriche italiane. Questo si chiama masochismo, autosabotaggio o, più concretamente, l’assoluto distacco dalla realtà che non si poteva colmare con un viaggio in treno. O sei veramente fra la gente con anima e corpo, o comunichi il fastidioso sentimento dell’élite che vuole rimediare, casualmente a due mesi dal voto. 

Ha vinto quello che per tre mesi hanno definito populismo senza sapere realmente chi sia populista e chi invece, antisistema, si stava trasformando in qualcosa di diverso, di più responsabile, in doppio petto. Il Movimento Cinque Stelle è populista quanto la Lega di Salvini? E siamo sicuri che Salvini rientri nella definizione di populismo? Personalmente, se dovessi attribuire questo complesso aggettivo a una  di queste due forze politiche, lo attribuirei alla Lega salviniana. Tuttavia, nella campagna elettorale non si è fatta alcuna distinzione creando un dualismo fra il Partito Democratico, forza del “governo tranquillo”, e la nube populista. L’effetto arriva dopo il voto nel momento delle alleanze in cui, le parole grosse usate nei tre mesi precedenti, contano e escludono alcuni possibili scenari per qualcuno meno preoccupanti. Dare dell’incapace all’avversario in un sistema proporzionale non provocherà effetti positivi in fase di costruzione di una maggioranza. Così come utilizzare l’aggettivo “mafioso” un po’ troppo spesso senza circostanziarne il perimetro. 

E’ necessario dire qualcosa anche su Potere al Popolo che ha decisamente perso; è costruttivo dirlo. Ha perso su due fronti: non entrando in Parlamento, elemento non secondario in un sistema parlamentare; e offuscando di fatto i partiti che compongono la lista. Questo, in particolare, sarebbe un problema nell’ipotesi in cui Potere al Popolo decidesse di sciogliersi: in quel caso tutte le organizzazioni che la compongono, svilite dall’aver sottoscritto un compromesso per il quale hanno reciprocamente ceduto su alcuni punti, dovrebbero ricostruire il tessuto attorno ai programmi originari. Se si decidesse di proseguire con il soggetto unitario, bisognerebbe studiare quell’1% e capire come utilizzarlo per espanderlo. Alleanze? Potrebbe essere una proposta anche se con l’aritmetica va prestata attenzione. Molte volte la somma fa meno. Quello che è sicuro è il bisogno di una discussione: aver fatto meno di “Rivoluzione Civile” nel 2013, qualche interrogativo lo deve porre. Se non altro perché “Rivoluzione Civile”, con il 2,5, si è scolta il giorno dopo. 
A chi mi ha invitato a guardare in casa mia, penso di aver risposto. Sono fortemente preoccupato dell’effetto “riserva dei panda con visita dei cacciatori” che colpisce la Sinistra radicale. 

Venendo in fine al fatto che secondo alcuni la marea nera sia in realtà un falso problema perché nelle urne ha prodotto un risultato quasi inesistente. Non ne sarei così sicuro. La campagna elettorale di Salvini è stata impostata anche per prendere i voti dei neofascismi. Che il contenitore ufficiale non si sia riempito non significa l’assenza di neofascisti: potrebbero essere stati plausibilmente attratti dal carro del vincitore leghista, il quale, in più occasioni, gli ha aperto le braccia.

La questione certa che questo voto ha posto è la rivoluzione negli assetti della politica italiana. Non c’è da strapparsi i capelli, lo sapevamo che avremmo votato e le forze politiche hanno esposto, bene o male, le loro proposte. Quello che non è accettabile fare è prendersela con gli elettori. Il poco rispetto dell’elettore è stato lo sfondo dell’antiberlusconismo e non ha prodotto grossi risultati positivi. E’ importante bensì comprendere il motivo della sconfitta di certe idee. Lo sconfitto di queste elezioni ha un grande lavoro da fare e si deve augurare che la legislatura duri il più a lungo possibile. Il lavoro che deve fare la Sinistra, tutta allo stesso tavolo, non si può riassumere in pochi mesi. Un conclave, gli stati generali, un congresso lungo cinque anni: qualcosa che permetta un’analisi riflessiva e una ripartenza con schemi nuovi all’altezza della società attuale.

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