domenica 17 settembre 2017

L'ambientalismo? Dei potenti

Pubblico il mio intervento alla serata sull'ambiente e l'ambientalismo organizzata dal Partito Comunista Italiano e Legambiente a Sasso Marconi.


"Buonasera, grazie per essere intervenuti a questa iniziativa.
Per quanti non mi conoscessero: faccio parte del Partito Comunista Italiano, attualmente svolgo il ruolo di Consigliere Comunale qui a Sasso Marconi.

Inizierei dal titolo della serata, ovvero: ci dovremmo chiedere se l’ambientalismo di cui sentiamo tanto parlare in questo periodo storico si rivolga realmente al rispetto dell’ambiente e del territorio.
Una prima risposta, così d’acchito, è no. Ho l’impressione di osservare una retorica ambientale che poi non vede attuazione nelle politiche pubbliche che i governi occidentali mettono in campo. In Italia vedremo fra poco come si stia lacerando il territorio e di conseguenza le vite delle persone. C’è una retorica dei potenti volta a costruire una narrazione ambientalista quando, invece, gli interessi che portano avanti sono ben altri.

Qualche mese fa a Bologna si è riunito il G7 Ambiente: l’incontro dei “grandi”, fra virgolette, del mondo in cui si sarebbe discusso delle strategie ambientali del prossimo futuro. Così ce l’hanno raccontato, no? Improvvisamente sono diventati tutti verdi, green…
In realtà si è trattato della riunione dei colonizzatori del mondo per colonizzare meglio. Un vertice costituito da particelle imperialiste con interesse nel fossile. Come si può discutere delle sorti del pianeta escludendo le nuove economie? Come discuti su come sarà il cambiamento climatico fra quarant’anni, senza coinvolgere chi fra quarant’anni avrà raggiunto un maggiore sviluppo? E soprattutto: come puoi affermare che diminuirai le emissioni se le politiche che stai portando avanti sono volte allo sfruttamento di vecchie risorse inquinanti? La risposta è che non discuti, poni delle asticelle comode ai tuoi interessi. E’ chiaro come, al G7 di Bologna, si sia discusso fra interessi economici che con il rispetto dell’ambiente hanno poco a che vedere. Anzi, sono gli stessi interessi per i quali si trivellano mari e si espiantano ulivi per il passaggio di gasdotti.

Allora siamo di fronte a un fantastico ossimoro: il capitalismo verde. Più o meno gira così: abbiamo cura del pianeta con lo sguardo attento sui nostri interessi, se ci scappa qualcosa di poco verde ci saranno le banconote a inverdire. E’ chiaramente un ossimoro perché quelle potenze, compresa l’Italia, non hanno nessuna intenzione di abbandonare gli interessi succulenti del fossile.

Tutto ciò può avere riscontro nei fatti italiani. Ad esempio il referendum del 17 Aprile 2016, quando si sarebbe potuto porre un punto fermo bloccando le trivellazioni nei nostri mari. E’ indubbio come in quell'occasione il Governo sia entrato a gamba tesa nel dibattuto dando un’indicazione ben precisa: non andate a votare perché le trivelle devono continuare la loro attività. Con quel referendum avremmo potuto sancire un punto importante, forse andando verso altre risorse energetiche, per non parlare del sollievo che avrebbe potuto avere il territorio nazionale.
Questo è solo uno dei molti segnali che fanno comprendere come gli ultimi governi stiano affrontando il tema dell’ambiente in un modo assolutamente pericoloso e da condannare. Pensiamo solo al DDL “Sblocca Italia” con il quale si è dato il via a opere vecchie, inutili, fuori da ogni logica.

Quest’incontro cade alla fine di un’estate drammatica che ha visto mangiate molte zone del nostro territorio nazionale da incendi, da calamità naturali che hanno acceso di nuovo il faro sull’ambiente. Come sempre però, l’argomento è durato poco: è già uscito dalle agende dei telegiornali, da quelle dei giornali. Viviamo le emergenze ma non il dopo, parliamo del territorio solo quando, vergognosamente, una scossa di 3.6 butta giù case e spezza vite; ma dopo tutto passa e tornano gli interessi dei potenti, del capitale che passa sopra alla dignità del pianeta, alla sicurezza delle persone.

Mentre ogni estate le terre italiane bruciano, il precedente governo ha cancellato il corpo Forestale dello Stato accorpandolo all’arma dei Carabinieri. La classica riorganizzazione che assomiglia molto a un taglio di un servizio fondamentale. Il risultato di questa operazione è l’incertezza e l’assenza di controllo: non si conosce più la procedura per attivare i canadair, preziosi mezzi per controllare gli incendi che molte volte sono stati costretti a rimanere a terra; non si sa chi deve intervenire sulla pulizia dei boschi per una buona prevenzione.

Un altro tema che dobbiamo avere sempre presente è quello delle morti a causa di ambienti malsani. Muoiono lavoratori perché mettono piede nel loro posto di lavoro; muoiono cittadini perché vivono nei pressi di industrie inquinanti. L’Italia è il Paese dell’ILVA di Taranto che ha martoriato un’intera città creando il conflitto criminale fra lavoro e salute. Stesso conflitto creato nelle Officine Grandi Riparazioni di Bologna, proprietà di Ferrovie dello Stato, dove si è arrivati a 257 morti, fra gli ex operai, per esposizione all’amianto riconosciuti dall’AUSL. Il dato sale se consideriamo quelle non certificate, si parla di 600 vittime.
Il problema degli ambienti di lavoro, che i vari governi degli ultimi anni continuano a ignorare provocando il devastante aumento delle morti bianche, non coinvolge solo chi opera nei siti inquinanti, bensì anche tutte le comunità che vivono attorno a quei luoghi di lavoro percepiti, a volte, come fondamentali per l’economia del territorio.
Porre un freno a questa inquietante realtà sarebbe fattibile e sarebbe anche la giusta risposta al cambiamento climatico che ci sta investendo. Tuttavia continua a rimanere un tema morto, citato solo in grandi occasioni. Il tema di come operano le imprese è ben più complesso di come è stato compreso dalla legge sugli eco reati: è un aspetto essenziale che nei fatti non viene affrontato. Interessa l’ambiente interno ed esterno, riguarda la vita di chi deve lavorare negli stabilimenti. L’ILVA ne è drammaticamente la dimostrazione.

E’ necessario dunque cambiare passo, rotta: da un lato per porre riparo ai segnali che il pianeta ci sta mandando; dall’altro per migliorare la qualità della vita della popolazione giovane e anziana, di quella dei lavoratori che non possono lavorare con la paura della morte causata dal loro stesso lavoro.  Bisogna cambiare l’approccio culturale e politico all’ambiente. Quello che vediamo fare dai governi occidentali oggi non è ambientalismo, per rispondere all’interrogativo contenuto nel titolo della serata.
E’ indispensabile considerare l’ambiente come investimento pubblico, come bene collettivo sul quale non è possibile tagliare e sul quale, la mano dello Stato, deve essere preponderante. Solo con investimenti pubblici strategici, volti a ricercare energie alternative riusciremo a rimettere al centro l’ambiente.
Personalmente non mi piacciono gli slogan; non mi piacciono soprattutto quando sono accompagnati da politiche contraddittorie e devastanti. Allora mettiamo veramente al centro l’ambiente, facendo investimenti, ricercando nuove risorse che ci consentano di spegnere le trivellazioni abbandonando il fossile. Facciamo una lotta seria all’abusivismo: il terremoto non è reato, l’abusivismo sì. Costruire una casa in zone ambientalmente delicate non deve essere più possibile; la pulizia dei boschi, dei fiumi, dei canali deve essere sistematica e deve rientrare culturalmente e finanziariamente nell’investimento per l’ambiente.
Mettiamo un punto fermo alle grandi opere inutili. Non significa bloccare tutto come mistificano le élite di governo: significa ragionare, scegliere e instradare lo sviluppo in una direzione diversa, più sostenibile e rispettosa del territorio. Opere come la TAV, il ponte sullo Stretto risultano come pugni all’ecosistema e alle casse pubbliche. Con gli stessi denari potremmo attivare politiche ambientali serie, che guardino alla ricerca e allo sviluppo. Soffriamo la mancanza di politiche pubbliche per le biodiversità del nostro magnifico territorio nazionale, scelte strategiche per controllare l’inquinamento elettromagnetico e molto altro che, se volete, dopo possiamo approfondire.

Come Partito Comunista abbiamo le idee molto chiare: la tutela del territorio non deve essere una spesa ma un investimento. Un investimento sul futuro e per le nuove generazioni. Non possiamo più tollerare tagli in questo settore che deve essere percepito, non più come un capitolo di spesa all’interno dei bilanci, ma come tema centrale sul quale fare investimento pubblico. Perché solo con una gestione realmente pubblica è possibile raggiungere risultati per la collettività senza poi pagare un prezzo alto come accade nella nuova veste del capitalismo verde. Va perciò costruita una cultura ambientale, che passi dalla legalità, la tutela e il rispetto del territorio.

Dunque, tornando alla domanda iniziale: le attuali politiche guardano realmente all’ambientalismo? No. Lo dimostrano i fatti, anche tremendamente dolorosi, che abbiamo sotto gli occhi; è solo una gigantesca narrazione dei potenti i quali, sventolando qualche slogan, continuando a perpetrare i loro interessi.

Naturalmente, se c’è qualche osservazione, domanda o commento sono felice di provare a rispondere.
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