giovedì 6 luglio 2017

Tortura: una legge vetrina



Se l’avessero buttato nel trita documenti avrebbero fatto un favore ai cittadini invece, il disegno di legge che introduce il reato di tortura, è stato approvato dalla Camera in via definitiva. E’ legge. 
Una legge inapplicabile, che introduce un reato difficile da riscontrare e che non recepisce nulla di quanto molti cittadini e associazioni, molte neanche udite dalle commissioni parlamentari, stanno chiedendo da tempo. Infatti, il testo, configura come tortura una violenza reiterata nel tempo; cioè: non basta che avvenga una violenza, questa deve essere esercitata più volte perché ci sia l’accusa di tortura. Una follia che non ha riscontro in nessun caso, di conclamata tortura, accaduto in Italia. In poche parole si sta dicendo che non ci può essere tortura singola ma dev’essere sistematica. 

Come ho detto nell’articolo precedente, su questo tema non si possono utilizzare mezze parole: si tratta di una plateale presa in giro nei confronti delle vittime di tortura e delle loro famiglie. E’ una legge buona solo ad entrare nelle medagliette che si appunterà al petto chi l’ha costruita e chi l’ha votata. E’ un provvedimento vetrina da far bere alle corti di giustizia internazionale nella speranza che non multino più il nostro Paese. Un magnifico esercizio di stile in barba a chi ha diritto di vedere nell’ordinamento italiano un reato di tortura vero.  

Questa politica ha dimostrato di non voler aprire il pentolone, perché di questo si tratta. Si tratta di riconoscere gli errori atroci dello Stato, di alcuni dei suoi rappresentanti e funzionari; prevedere, per chi sbaglia, non solo una pena, ma anche un provvedimento disciplinare radicale. Si tratta di prevedere dei metodi di controllo verso chi veste una divisa che deve essere identificabile e controllato. Tutto questo, se si vuole un disegno di legge incisivo, bisogna tenerlo in considerazione. Bisogna considerare i casi di cui la cronaca italiana è piena e da questi prendere spunto. 

E’ prova di un’immensa ipocrisia il fatto che per i casi, che coinvolgono Stati politicamente antipatico all’Italia, ci siamo istituzionalmente indignati tutti, abbiamo appeso striscioni ovunque, e per le morti del nostro Stato non ci indigniamo a tal punto da non ascoltare le richieste delle famiglie. Così non vale. Non vale indignarsi solo per i crimini commessi da altri Stati.

Sono rimasto molto colpito da una frase pronunciata da Ilaria Cucchi in un incontro alla Spezia. Dice: “Abbiate il coraggio di indignarvi per le morti di Stato”. Credo sia proprio questa la questione: stiamo nascondendo il problema sotto una montagna, non vogliamo vederlo; denunciamo indignati i crimini degli altri. 

Il pentolone è pieno e puzza, non basta aggiungerne ipocritamente un’altro per non sentirla più. Bisogna aprirlo e guardarci dentro. E spetta soprattutto alla politica che, da ieri, ha un debito ancor più grande con le vittime: il debito di chi ha dimostrato tutta la sua paura ipocrita di chiamare quei crimini con il nome che gli si addice. Un po’ di vergogna, chi ha schiacciato il pulsantino verde, forse dovrebbe provarla. 

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