martedì 24 gennaio 2017

La grande assenza

 

Dalla morte per cause naturali a omicidio preterintenzionale. E’ questa la svolta della procura di Roma sul caso di Stefano Cucchi: arrestato e morto cinque giorni dopo in ospedale con il corpo tumefatto.

Dalle precedenti assoluzioni che hanno fatto sembrare la morte di Cucchi come un fatto provocato da lui stesso, adesso c’è un’’accusa che può fare giustizia su uno dei casi più vergognosi in cui è implicato lo Stato.
Lo Stato che dovrebbe rappresentare tutela, sicurezza, giustizia, con Stefano Cucchi si è rivelato causa di morte. Sì, può sembrare una brutale generalizzazione, ma quando un atto simile è commesso da persone in divisa, che perciò rappresentano lo Stato, è come se fosse lo stesso Stato ad aver commesso il fatto. E se si tratta di pestare un uomo fino a provocargli lesioni che lo porteranno poi alla morte, diviene un’aberrazione.

Se poi lo Stato si mette di traverso per sei anni sostenendo teorie che non stanno nei fatti, emerge chiaramente come ci sia una dinamica di protezione fra le istituzioni che, difronte ad un caso come quello che ha colpito la famiglia Cucchi, non dovrebbe esistere. Si tratta di violazione dei principi costituzionali, dei diritti del cittadino e dei diritti umani su cui la giustizia dovrebbe lavorare senza lasciare ombre. Così non è stato per tutti questi sette anni, nei quali lo Stato si è inventato di tutto per giustificare quella morte, arrivando perfino a una perizio nella quale si dichiarava che Cucchi è morto per epilessia.
L’elemento che mi ha sempre colpito di questo caso è la forza delle immagini mostrate dalla sorella Ilaria Cucchi; immagini che, anche agli occhi di un profano, comunicano che quella non è stata una morte naturale, ma che è stata provocata. Eppure in tutti questi anni i processi sono finiti con assoluzioni e con un’estenuante autodifesa della procura.

Da qualche giorno, però, è stato fatto un passo avanti: dalla seconda indagine aperta dalla procura di Roma sono uscite cinque accuse. Tre carabinieri della stazione che ha effettuato ill fermo di Cucchi, sono accusati di omicidio preterintenzionale; invece accuse di calunnia e falso per altri due carabinieri: il comandante della stazione e un altro militare dell’Arma.
Il procuratore e Pignatone e il sostituto Musarò concludono che le botte e “la rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale” conseguente, provocarono a Cucchi lesioni che, unitamente al comportamento omissivo dei medici dell’ospedale Pertini, ne provocarono la morte.

Questa conclusione, suffragata da prove schiaccianti come le intercettazioni delle telefonate fatte dai tre militari e dal comandante della stazione, apre la strada per giungere a un processo che individui dei colpevoli.  Colpevoli che è dovere della giustizia trovare.

Certo è che questo caso dovrebbe aprire anche due principali questioni politiche: una sono le scuse da quei rappresentanti dei cittadini che hanno sempre combattuto la vittima invece di porsi in una condizione di imbarazzo per ciò che è accaduto. Il caro Giovanardi dovrebbe avere un sussulto di vergogna dopo avere insultato per anni Cucchi e la sua famiglia senza mai mostrare dubbi sull’operato delle forze dell’ordine. Ultimamente lo ha raggiunto anche La Russa che, quasi come per marcare il territorio, ha messo in dubbio la conclusione della procura.
La politica, che è per forza di cose implicata nel caso, non ha mostrato un comportamento, a parte alcuni casi, sufficientemente preoccupato.
La seconda grande questione, da anni richiesta da settori della società civile, è l’introduzione del reato di tortura: un reato specifico che vada a identificare la violazione dei diritti umani sanciti dalla Costituzione e da altre leggi giuridicamente superiori. Se per Giulio Regeni si parla di tortura per mano di un altro Stato, è necessario definire in questo modo anche i casi che coinvolgono lo Stato italiano. Il caso Cucchi, come altri casi analoghi, potrebbero avere una definizione più esaustiva di quella che, con le leggi attuali, gli si può attribuire.

Per manifestare solidarietà con questi casi, le parole non bastano più: fanno solo uscire prime pagine con titoloni. La società avrebbe bisogno di atti concreti che facciano fare passi avanti imparando dai terribili errori commessi. Il reato di tortura, che potremmo definire come il grande assente, andrebbe a sanare un enorme vuoto in questo Paese.
Se la giustizia è in un ritardo terribile la politica deve ancora iniziare a pagare il debito con la collettività, dopo aver pagato quello morale che ha con la famiglia, per la storia di Stefano Cucchi.

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