giovedì 13 ottobre 2016

E' un No. Anche senza Italicum



E’ possibile giudicare la riforma costituzionale dalla legge elettorale vigente? Questa è la domanda che potrebbe insinuare l’ultima apertura del segretario PD Renzi che, nell’ultima Direzione, ha riaperto la discussione sulla legge elettorale. Ammesso e non concesso che Renzi voglia veramente rivedere l’Italicum, è possibile giudicare diversamente la riforma costituzionale? Assolutamente no.

Il cosiddetto combinato disposto fra legge elettorale e riforma costituzionale è solo uno dei lati negativi dell’assetto istituzionale proposto. Un sistema istituzionale che ridurrebbe di molto la democrazia rappresentativa e lederebbe di fatto il diritto di rappresentanza dei cittadini. Infatti il Senato, che non sparirebbe, diventerebbe una seconda camera composta da consiglieri regionali e sindaci che, a tempo perso, acquisirebbero poteri enormi nella loro funzione di senatori. Come il voto su leggi di revisione costituzionale, nomina di due giudici della Corte costituzionale, elezione del Presidente della Repubblica, competenza in materia europea; per non parlare del potere monco sulla legislazione ordinaria. I senatori si occuperebbero di tutte queste materie senza essere eletti direttamente, ma nominati dai consigli regionali sulla base di un regolamento ancora da scrivere.

E’ impossibile credere a chi si è fatto promotore di provvedimenti per reintrodurre l’elezione diretta dei senatori, questo infatti implicherebbe una revisione della revisione costituzionale poiché, la non elezione, è contenuta nel testo della riforma Renzi-Boschi che prevede di fatto semmai l’elezione di secondo livello. Per fare ciò che la minoranza PD si sta convincendo di fare, è necessaria una revisione del testo approvato: possibilità che, in caso di vittoria del Sì al referendum, Renzi allontanerebbe immediatamente. Un po’ come il ponte sullo Stretto.

Un’altra ragione per votare NO indipendentemente dalla riforma bis della legge elettorale è il caos pasticciato del Titolo V . I rapporti fra Stato e regioni potrebbero diventare alquanto conflittuali grazie allo spezzettamento di materie per le quali i governi regionali dovranno interloquire con il Governo centrale. Per non parlare delle materie locali scippate ai consigli regionali e l’introduzione del diritto di supremazia.

Si dice che questa piccola riduzione sarà compensata nel Senato delle Regioni: la seconda camera che fungerà da dopolavoro per sindaci e consiglieri regionali che potranno esercitare il ruolo, datogli per grazia dai loro colleghi, senza vincolo di mandato. Quindi un consigliere regionale potrebbe fare scelte politiche non rappresentando il territorio da cui proviene. L’assenza di vincolo di mandato fa sentire ancora di più la mancanza di un’elezione diretta a suffragio universale. E’ possibile vederlo con un esempio pratico: un candidato al consiglio regionale farà campagna elettorale sui temi territoriali e locali. Questo candidato successivamente eletto, viene poi nominato senatore cioè, nella logica della riforma, rappresentante del suo territorio in Senato. Tuttavia il senatore non avrà nessun obbligo di portare a Roma l’indirizzo politico del consiglio regionale dal quale proviene. La sintesi è che questo senatore non è rappresentativo del territorio di provenienza perché, primo: non è stato eletto per sedere in Senato; secondo: potrebbe farsi interprete di politiche differenti da quelle che interessano il territorio.

Lo slogan populista dell’abolizione delle province non dice che, nel testo di riforma, viene riconosciuta l’istituzione della Città Metropolitana: la copia identica, sia per competenza che per struttura alla provincia. L’unica concreta differenza è la non partecipazione dei cittadini all’elezione dei consigli metropolitani, diritto attribuito all’élite di sindaci e consiglieri comunali che, per questo, interpretano sia l’elettorato passivo sia quello attivo. Possiamo dire che “l’abolizione delle province” è solo dal punto di vista lessicale e dal punto di vista democratico.

Pur mantenendo fede al presupposto di questo articolo che lascia da parte la discussione legge elettorale per la Camera dei Deputati, è possibile dire qualcosa anche su questo ramo del Parlamento. Infatti, leggendo il testo di “revisione” costituzionale ci si imbatte in un comma che sancisce il diritto del governo di chiedere l’approvazione in data certa di un disegno di legge. Il sistema attuale prevede che difronte a un decreto legge il Parlamento si esprima entro 60 giorni. Se passasse la riforma Renzi-Boschi, il governo avrebbe il diritto di chiedere, e imporre, l’approvazione  della Camera entro 70 giorni su tutti i provvedimenti deliberati. Questo provocherebbe una riduzione dei tempi di discussione e conseguentemente una prevaricazione del governo nei confronti della Camera.

Come vediamo da questo breve, e non certo esaustivo, elenco le trasformazioni sono molte; e’ perciò impossibile prendere in considerazione solo la legge elettorale per valutare questa riforma. E' necessario per questo ricordare, a quanti stanno rimettendo in discussione il loro giudizio, che anche senza Italicum si tratta di un vero e proprio stravolgimento dell’assetto politico-istituzionale del Paese; e se approvato avrebbe una pesante influenza negativa sulle pratiche democratiche e di partecipazione.

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