lunedì 28 settembre 2015

Le riforme costituzionali di Renzi: un forte pericolo per la democrazia





Siamo di fronte a un vero e proprio stravolgimento dell’assetto costituzionale del Paese. Il prossimo 13 Ottobre il Senato potrebbe approvare il ddl Boschi rinviandolo così alla Camera con le modifiche apportate dai senatori.
La riforma imposta dal Governo Renzi va a stravolgere quello che è l’assetto istituzionale pensato dai costituenti, frutto di compromessi delicatissimi.
Il primo elemento su cui ci si deve soffermare, vista l’importanza del provvedimento, è la pessima qualità del dibattito che viene percepito quasi come un ostacolo nel progetti scellerati del Presidente Renzi. Vediamo una pressione continua sul Parlamento da parte del Governo che sembra non curarsi della delicatezza del processo che ha illegittimamente innescato. Sì perché si sta approvando una proposta di riforma proveniente dall’esecutivo, mentre la materia costituzionale è prerogativa esclusiva del Parlamento. Non c’è dunque solo l’illegittimità dell’operazione, ma anche l’imposizione di tempi per completare il procedimento.

E’ bene ricordare che la riforma costituzionale, ddl Renzi-Boschi, va a modificare circa 40 articoli della Costituzione. Per utilizzare un paragone si potrebbe dire che si stanno ristrutturando le fondamenta di un palazzo con superficialità quasi come si stesse giocando a Monopoly.
Detto ciò osserviamo da vicino cosa prevede questa riforma facendo contemporaneamente un’analisi su quali potrebbero essere i pericoli innescati da questa ristrutturazione imposta e affrettata.

La fine del bicameralismo perfetto:
abolisce il Senato così come lo vuole la Costituzione attuale. Non si potrebbe occupare più del procedimento legislativo ordinario, ma solo di alcune materie specifiche fra cui: rapporto fra Stato e regioni, controllo sull’attuazione di leggi statali, controllo sull’attuazione delle politiche pubbliche sui territori, partecipazione nel processo di revisione costituzionale, elezione del Presidente della Repubblica e ratifica atti comunitari. L’abolizione del bicameralismo perfetto, senza l’introduzione di nessun nuovo contrappeso, rappresenta un pericolo per l’equilibrio democratico delle istituzioni.

La composizione del nuovo Senato:
la composizione dell’assemblea sarà di 100 membri fra cui consiglieri regionali (almeno 2 per regione), sindaci delle città metropolitane e 5 membri nominati dal Presidente della Repubblica. Non è prevista perciò l’elezione diretta dei senatori; il recente emendamento votato anche dalla minoranza PD introduce un gioco di parole per il quale alle elezioni regionali l’elettore potrà indicare il consigliere da nominare senatore. Tutto ciò però non ha valore in quanto sarà il Consiglio regionale a dover ratificare le nomine dei senatori.
Sotto questo aspetto va evidenziata una questione pratica che potrebbe apparire inutile ma può dire molto sull’importanza data a questo nuovo Senato. Quanti di quegli amministratori locali nominati senatori troveranno il tempo materiale per partecipare gratuitamente ai lavori del Senato? Francamente, in questa versione, sembra un’istituzione inutile destinata ad essere un dopolavoro per molti politici già impegnati sui territori.

Il ruolo del Senato nell’iter legislativo ordinario
Nella riforma si prevede che il nuovo Senato possa intervenire nell’iter legislativo ordinario con proposte di emendamento di provvedimenti in discussione alla Camera. La proposta del Senato, però, non è vincolante infatti la Camera può respingerla.

- La Camera, riformata dalla nuova legge elettorale
Nella lettura della riforma costituzionale va sempre tenuta presente la legge elettorale fatta approvare da Renzi. L’Italicum, valido solo per la Camera dei Deputati, andrà a costituire un’assemblea nella quale non esisterà il pluralismo. Infatti con il nuovo sistema elettorale maggioritario saranno eletti alla Camera pochissimi schieramenti, uno dei quali usufruirà dell’abnorme premio di maggioranza che gli permetterà di ottenere più della metà dell’assemblea anche qualora fosse un partito minoritario nella società.
Basterà che un partito prenda il 40% dei voti perché gli venga attribuito il premio di maggioranza; oppure, nel caso nessun partito  raggiunga il 40%, i due più votati andranno al ballottaggio dove non esiste una soglia da superare per avere la maggioranza assoluta.

- L’introduzione del premierato forte
Applicando l’Italicum, già approvato dal Parlamento, si potrebbe avere una maggioranza minoritaria che indica il governo dandogli la fiducia. Si invertirà di fatto il rapporto di potere poiché il governo potrà esercitare un immenso potere sulla Camera che non sarà più indipendente. L’esecutivo, sulle proposte di legge da esso presentate, potrà fissare i tempi entro i quali il provvedimento dovrà essere approvato.
Questo, unito al fatto che verosimilmente il Presidente del Consiglio sarà anche il capo della maggioranza alla Camera, determina il depauperamento del potere legislativo che sarà relegato a ufficio ratificante dell’esecutivo.
Con questa parte di riforma si annulla il principio della separazione dei poteri e si annullano quei pesi e contrappesi che reggono le istituzioni democratiche. Secondo questo schema il Presidente del Consiglio, capo della maggioranza alla Camera, potrà eleggere il Presidente della Repubblica, i membri del CSM e le altre alte cariche dello Stato. Seppur per l’elezione delle alte cariche serva anche il voto del Senato, data la sproporzione fra deputati (630) e senatori (100), la parola definitiva sarà inevitabilmente in capo alla Camera che sarà comandata dal premier.

- Il referendum abrogativo resta, ma cambia il quorum:
Per presentare la richiesta di referendum abrogativo la riforma prevede 500.000 firme necessarie come nel testo attuale; nel caso che si arrivi a 800.000 firme, il quorum per la validità del referendum si abbassa dal 50% + 1 alla metà dei votanti alle ultime elezioni.
La riforma inoltre abolisce la possibilità di cancellare parti di provvedimenti utilizzando il cosiddetto referendum manipolativo.

- Introduzione del referendum propositivo
Si introduce il referendum propositivo e consultivo, questi istituti dovranno essere disciplinati da provvedimenti della Camera.

- Legge d’iniziativa popolare, aumenta il numero di firme necessarie
Lo strumento che unito al referendum poneva il principio di partecipazione viene modificato: la riforma alza il numero di firme necessarie per presentare una legge d’iniziativa popolare che passa dalle 50.000 attuali a 150.000.
Questo è un ostacolo altissimo per la cittadinanza attiva che si vede toccare uno degli strumenti di raccordo con l’istituzione parlamentare.

- Titolo V, il pastrocchio istituzionale
Un aspetto non molto toccato dai mass media ma comunque parte della riforma costituzionale.

Già l’attuale Titolo V, che spartisce le competenze fra Stato e regioni, è visto di cattivo occhio dopo la recente riforma.
Renzi rincara la dose ponendo ancor più confusione spezzettando le competenze e dandole in carico un po' allo Stato e un po' alle regioni compensando lo strappo con il nuovo senato.
Un vero pastrocchio istituzionale che sembra una statalizzazione a metà, un ibrido che produrrà un vero ginepraio dentro al quale gli amministratori locali dovranno districarsi rapportandosi con il governo nazionale.

Questo è lo schema della riforma costituzionale imposta da Renzi per la quale è entrata in azione una macchina comunicativa finissima, partendo dai sostenitori di Renzi arrivando fino alle istituzioni europee.  Sono recenti le dichiarazioni delle istituzioni comunitarie e internazionali che applaudono a questo stravolgimento costituzionale sforzandosi nel comunicare come la ripresa dell’Italia passi da queste riforme. Si dice che l’immaginazione sia infinita tuttavia, senza politiche pubbliche degne di questo nome, un Paese fatica a ripartire. E non riparte certo cambiando le regole del gioco. 



 La nostra Costituzione è definita “La più bella del mondo”, nata prendendo insegnamento dal passato per migliorare il futuro, dal sacrificio di migliaia di persone. La semplicità con la quale la si sta smantellando è indefinibile, i toni sprezzanti nel dibattito umiliano quel grande sforzo di compromesso che ci fa ricordare ancora oggi interventi dei padri costituenti.
Gli interventi dei “costituenti” di oggi resteranno solo fra le pagine dei giornali fra battute e strappi, e forse sarà meglio così. Come si può accettare che la Carta nata dalla Resistenza venga stravolta in questo modo? Come si possono accettare le battute sulle istituzioni da un Presidente del Consiglio? Come?
Per questo e per gli aspetti visti sopra per i quali la democrazia ne uscirebbe fortemente compromessa, a queste riforme bisogna rispondere con un forte NO, tutti insieme in un forte coro unitario che urli:
AMIAMO LA PIU’ BELLA DEL MONDO


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