martedì 8 novembre 2011

L'informazione che disinforma

Maria Luisa Busi ex giornalista Tg1
L’Italia ormai è uno stato malato che è necessario curare per il bene della nazione. Ci sarebbero molti temi di cui parlare: dalla manifestazione del 15 Ottobre scorso alla sua strumentalizzazione terrificante da parte del Ministro Maroni, dall’economia italiana alle battute del nostro Presidente del Consiglio, dall’assenza della maggioranza alla Camera alle dichiarate dimissioni del Premier dopo l’approvazione del patto di stabilità. Per apprendere tutto ciò il cittadino si rivolge ai mass media. Quale film fantascientifico potrebbe immaginare che i mass media siano comandati dalla politica, dai partiti politici? Quello dell’Italia. Ebbene sì i mass media più celebri italiani sono comandati dai partiti politici; tutti siamo consapevoli che la maggior parte dei quotidiani italiani sia finanziata dai partiti, in un certo qual senso non è malvagio: abbiamo un numero esorbitante di quotidiani, è possibile acquistare quello che fa maggiormente riferimento alla propria ideologia politica. Se invece prendiamo in considerazione la televisione, il media più utilizzato, la situazione si trasforma in una vera catastrofe. Lasciando da parte i nuovi canali aggiunti dal digitale terrestre, in televisione abbiamo sei stazioni che si occupano anche d’informazione: i tre canali Rai e i tre canali Mediaset. Mediaset è un caso speciale per il suo consiglio direttivo coinvolto nel PDL; rimane la Rai definita “Azienda pubblica”. Dopo un incontro con la giornalista Maria Luisa Busi, che si à licenziata dal Tg1 per la sua non condivisione della linea editoriale, non posso più pensare alla Rai come azienda che svolge servizio pubblico. Il servizio in questione si può erogare soltanto se un mass media non è coinvolto dai partiti politici, è impossibile definire un servizio a disposizione del popolo se viene gestito da élite che ne influenzano la corretta erogazione. Il Tg1, come gli altri due giornali Rai, adotta una linea editoriale accostabile ad alcune ideologie di partito. Il vero crimine sta nell’utilizzo di denaro pubblico per produrre programmi, telegiornali, trasmissioni di dibattito che presentano argomenti forvianti. Non è normale che il Tg nazionale si occupi di informare di ogni avanzamento delle indagini attive in un momento come quello che stiamo vivendo, non è normale che si preoccupi di mandare in onda servizi di gossip mentre si sta passando una crisi economica fortissima. C’è qualcosa di strano se occupano cinque minuti per annunciare che Misseri ha aperto il garage agli inquirenti, per quanto siano fatti gravi sono secondari rispetto alla situazione politica italiana. Quegli unici due servizi di politica messi in onda contengono una dinamica particolare, curiosa: “Il panino”, se si sta vigili il Tg1 per trattare la politica prepara tre servizi. Il primo contiene l’esposizione da parte del Governo della legge del giorno, il secondo con la risposta dell’opposizione fatta comparire “disfattista, critica, antinazionale” e l’ultimo dove viene proposta la risposta della maggioranza. Con questo la redazione del telegiornale nazionale, più seguito, esaurisce il tema politico con la speranza che i telespettatori l’accettino. In Italia non abbiamo un servizio d’informazione pubblico, abbiamo tuttavia alcuni casi eccezionali che, pur essendo privati, tentano di mantenere un’imparzialità nel trasmettere notizie. Uno di questi è il Tg La7 di Enrico Mentana che ha investito su un giornalismo imparziale incontrandosi con un direttore di rete senza l’aspirazione di volersi schierare politicamente. Tutta la programmazione di La7 si basa su questo: non avere un fine politico pur offrendo una serie di dibattiti di attualità senza fare politica. Ripristinare una televisione alla portata di tutti, nella quale tutti gli argomenti sono trattati presentando tutte le posizioni senza messaggi subliminari, è il progetto di La7. Guardando la situazione aziendale La7 e Rai hanno una relazione costante: gran parte di dipendenti Rai sono passati a La7 dopo la decisione dell’azienda pubblica di sopprimere alcuni programmi d’informazione. I dirigenti Rai hanno adottato una linea più esplicita non tenendo conto del pubblico che, quando si è accorto della situazione, ha spostato l’attenzione su altre reti. Per protestare contro questa situazione Michele Santoro, giornalista e conduttore di “Annozerro” che è rientrato fra quei programmi non confermati dalla Rai, ha deciso di organizzare una trasmissione, finanziata dai cittadini concordi all’iniziativa, trasmessa utilizzando reti di periferia e internet, che rientra fra i nuovi media. La prima puntata del 4 Novembre scorso ha riscosso un incredibile successo sia sul web che sulle piattaforme locali. Un programma che racconta il “non raccontato”, che ascolta i “non ascoltati” e che coinvolge il pubblico, anche se in minima parte, sondandolo sui temi affrontati in studio. Insomma un programma interessante sebbene adotti un’eccessiva spettacolarizzazione dell’obbiettivo che gli è stato attribuito. Una situazione da film dell’orrore è quella che avvolge l’informazione italiana che rischia sempre di più, sempre con più spavalderia di andare incontro alla sua più acerrima nemica: la disinformazione.

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